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13/04/2017 - Notizie

Le ragazze devono diventare imprenditrici di se stesse. Intervista a Franca Pelucchi

Le ragazze devono diventare imprenditrici di se stesse. Intervista a Franca Pelucchi

Abbiamo incontrato, e intervistato, Franca Pelucchi, che da anni si occupa di formazione manageriale, e più recentemente di executive coaching. In queste attività ha incontrato molte donne, tra cui molte laureate in discipline scientifiche: ostacoli e opportunità di carriera.

Nell'ambito della Settimana Rosa Dgitale, e del "Mese delle STEM" del Dipartimento Pari Opportunità abbiamo incontrato Franca Pelucchi sui problemi delle difficoltà delle donne nelle carriere scientifiche, e in generale nei ruoli manageriali. Riportiamo l'intervista con la Dr.ssa Pelucchi.

FRANCA PELUCCHI

Mi sono occupata per circa dieci anni di selezione del personale e poi di formazione manageriale. Negli ultimi anni mi occupo di executive coaching. In queste attività ho incontrato molte donne, tra cui molte laureate in discipline scientifiche. Donne sia nella fase di ingresso nel mondo del lavoro che in fase di crescita manageriale.

Parliamo di pari opportunità, in Itala, il termine si fa risalire a una normativa che introduca  regole che favoriscano degli accessi alle donne, sia in ingresso nel mondo del lavoro sia soprattutto nella carriera. Mi piacerebbe pensare che anche in Italia il senso di uguaglianza fra i generi sia una realtà acquisita e non si dovesse ricorrere a interventi normativi per affermare la parità di opportunità  ma so che purtroppo non è così. Dunque va bene prevedere regole e norme di pari opportunità se queste servono a cambiare una mentalità che ci vede in ritardo rispetto a paesi più avanzati.

Credo peraltro che il solo fatto di avere garanzie non aiuti, nel senso che questo non garantisce che le persone sviluppino  qualità utili e necessarie per avere successo nel mondo del lavoro. Ci sono caratteristiche che sono oggi più  importanti che in passato, per le persone in genere, ma che  per le donne possono essere ancor più rilevanti: autostima, fiducia, la consapevolezza di un proprio disegno e progetto professionali.

Troppe ragazze aspettano riconoscimenti esterni prima di agire

Sempre più spesso le giovani donne risultano essere ottime studentesse ormai anche in studi “scientifici” e le giovani laureate stanno significativamente aumentando. Questa caratteristica di “impegno” nello studio può essere utile per l’ingresso nel mondo del lavoro ma non è garanzia di sviluppo professionale. La crescita professionale e manageriale richiede infatti che siano sviluppate altre capacità a cui la scuola in genere purtroppo non prepara.

La mia opinione risente di una cultura non solo italiana, il che indubbiamente mi ha aiutato. L’Italia è una nazione in cui la raccomandazione è ancora un qualcosa cui i giovani e le giovani immaginano di dover ricorrere, e questo è grave, perché genera sfiducia, frustrazione, impotenza e un atteggiamento che frena i giovani a investire sulle proprie capacità. Intendo che il corso di studi, la laurea, il campo di specializzazione sono importanti ma non sufficienti.

Ho trovato inoltre spesso un grave senso di sudditanza al “potere” che oggi professionalmente non sempre aiuta. Questo atteggiamento di sudditanza e dipendenza è sviluppato spesso fin dall’asilo, mentre tutti gli studi di neuroscienza e psicologia indicano che proprio nei primi anni di vita occorrerebbe intervenire per sviluppare la propria autoconsapevolezza e l’attenzione agli altri che potrà favorire la positiva capacità di collaborare. Alcuni studi dell’Università di Harvard mostrano che, studiando il percorso di trentenni di successo, si può individuare l’importanza della consapevolezza di sé e l’attenzione agli altri fin dall’asilo. Le radici dei nostri comportamenti sono molto profonde.

In Italia, probabilmente ragionare di pari opportunità può essere un aiuto proprio per smuovere e cambiare una cultura ancora diffusa, poiché siamo senza dubbio ancora un paese maschilista, ma a me piace sottolineare che a volte ci sediamo anche in questa visione.

Come ho già detto le ragazze che si laureano in materie scientifiche  sono in aumento, per fortuna. In genere, le ragazze hanno successi scolastici superiori a quelli dei maschi – qui generalizzo – ma questo mi pare possa quasi costituire  un rischio alla loro carriera: nel senso che le ragazze immaginano che il successo nel mondo del lavoro sia prevalentemente legato all’impegno scolastico, al sapere.  Il successo nel mondo del lavoro – e lo dico per maschi e femmine, ma in qualche modo le ragazze esprimono maggiormente questo pregiudizio – non dipende necessariamente dal successo scolastico.

Darsi delle opportunità

Le ragazze inoltre talvolta tendono a scimmiottare modelli maschili e non sviluppano quelle caratteristiche che potrebbero distinguerle e di cui il mondo del lavoro ha e avrà sempre più necessità.  Mentre parlo, ho in mente giovani donne ingegnere molto frustrate e arrabbiate perché non erano riuscite a fare  carriera o che avevano  capi che le” usavano” senza riconoscerne i contributi – succede anche questo – sprecando così nella rabbia la capacità di essere più  propositive, più innovative ed incisive.

 La considerazione che talvolta le donne hanno di se stesse è che l’impegno, il sapere, il successo universitario dovrebbe garantire di per sé il successo. Queste sono caratteristiche determinanti nel lavoro, ma non sufficienti.

C’è una frattura profonda tra il mondo della scuola e quello del lavoro, e anche qui abbiamo un modello vecchio, come se la scuola stessa non fosse un lavoro, e come se le persone che vi lavorano non dovessero affrontare le stesse sfide di quell’altro mondo dove la competizione è forte.

Non si aiutano abbastanza le giovani laureate scientifiche con la formazione  - che invece si realizza in altri campi,  sulle competenza manageriale. Le giovani che ho in mente, per esempio, non sono capaci di coordinare gruppi di lavoro o gestire aspetti organizzativi e gestionali  e questo non  richiede  solo saperi e capacità tecniche. Non sono talvolta capaci di gestire e arginare il loro capo, mostrano un sudditanza verso i maschi capi, e questo ne frena il successo. È come se fossero già vinte, scoraggiate.

Ho lavorato diversi anni seguendo delle giovani in carriera in una grande azienda multi nazionale di bio tecnologie e ho osservato che queste, se erano tecnicamente preparate, mancavano per esempio di competenze commerciali ritenendo che tale competenza fosse svalutante rispetto alla loro preparazione tecnica su cui   basavano la loro identità lavorativa. Queste ragazze avevano studiato molto, e credevano che solo con interlocutori “alti” ci fossero le soddisfazioni lavorative che si erano aspettate. L’ambito che chiamerei commerciale è ancora visto con sufficienza, come se la domanda “per chi sto lavorando” fosse superflua, non interessasse. Il che vuol dire eliminare dai propri interessi una buona parte del  mondo esterno.

Tutto questo chiamerei l’ambito del darsi delle opportunità, e in questo purtroppo spesso l’università è sorda, garantendo una preparazione specialistica, di settore, che va bene per l’ingresso, ma non basta per lo sviluppo. In questo senso dico che c’è una discrasia tra il cosiddetto “pezzo di carta” – che vuol dire anche qualcuno che dall’esterno mi garantisca qualche cosa, o mi confermi in qualche cosa - e le opportunità che le ragazze si danno, e si potrebbero dare. C’è qui una falsa elaborazione sul “questa cosa la faccio per me”.

Queste competenze dovrebbero essere sviluppate fin da piccole, e non si tratta di pari quote – questo può valere per i consigli di amministrazione. Le giovani laureate che lavorano e sono nella carriera professionale necessitano di capacità di leadership ma sovente o sono eccessivamente arroganti e aggressive o manifestano sudditanza e poca iniziativa.

Farsi aiutare

Nella mia attività, ho visto che un sostegno, un coaching, è loro molto utile, per indicare loro le situazioni non drammatizzandole e aiutandole a uscire dalla frustrazione e dall’impotenza di non riuscire a incidere. Qui, un cambiamento richiede lavoro, pazienza, una strategia che a volte ragazze anche brillanti non riescono a progettare.

Devo dire che anche  dove le aziende affiancano ai giovani momenti di formazione e di coaching non sempre è diffusa la consapevolezza che utilizzare un aiuto è espressione di forza.

Infatti  se l’idea su cui poggia la mia identità è sono  brava, so rispondere bene agli esami, so

svolgere un programma di studi senza problemi, forse  non  penso ad attrezzarmi per affrontare i passaggi della vita professionale durante i quali devo fare appello senz’altro a queste competenze ma anche in parte de -specializzarmi e acquisire visioni più ampie .

Spesso il problema delle donne può essere la famiglia ed ho visto che qualche volta le aspettative delle  famiglie mettono pressione sulle ragazze chiedendo loro dei comportamenti che possono determinare  difficoltà sul lavoro.

Imprenditrici di se stesse

Stiamo parlando di un tema complesso, dove entrano le individualità, le famiglie, la società e quella che mi piace definire la cultura del lavoro. Avere più chiaro che cosa costituisca per ognuno di noi il significato  del lavoro e quali competenze ciascuno ha e può e vuole mettere a disposizione è un processo determinante anche per ottenere maggiore soddisfazione rispetto al proprio impegno e alla propria crescita.

Trovo spesso, purtroppo, debole questa dimensione nei giovani e nelle donne in particolare, come se avessero sempre la necessità di essere apprezzate dagli altri piuttosto che impostare un proprio progetto e sentirsi co-responsabili della propria crescita.

Certamente, occorre anche fortuna, essere in certe fasi, cogliere determinati momenti. Alcuni periodi all’estero possono senza dubbio aiutare, ma anche qui non sono di per sé premianti: il mondo non mi deve qualche cosa perché mi sono impegnata e io me lo aspetto di diritto, qualche cosa non succede se tu non lo fai accadere. Una dote è necessaria: imprenditività, il progetto di costruire se stessi.

Le ragazze oggi possono avere opportunità in parte più e diverse da quelle della mia generazione. Dovrebbero vederle, ricercarle, costruirle e coglierle e perché ciò possa accadere è importante scrollarsi l’idea dell’impotenza e della passività, il contesto è certamente molto importante per favorire quest’evoluzione.

Franca Pelucchi è laureata in Giurisprudenza e in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa. Docente Senior di Risorse umane e Organizzazione dell'ISTUDm e Responsabile del Master in Business Management ILA. È consulente e ricercatrice sui temi della formazione e dello sviluppo organizzativo. Affianca individui e gruppi aziendali nei progetti di cambiamento organizzativo e nella riscoperta delle proprie risorse e talenti nel rispetto della cultura e del contesto di appartenenza Si occupa, inoltre, dei problemi di sviluppo delle risorse umane delle piccole e medie imprese con particolare riferimento ai temi del Family Business.

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Donne&Tecnologia, Scienza&Società