A cura di Emanuele Micheli

We are the makers e la didattica a distanza

All’interno del progetto europeo IoT in Education – We are the makers , poco prima del lockdown, avremmo dovuto iniziare le sperimentazioni delle lezioni sviluppate nel progetto con alcuni docenti e classi. Colti impreparati, come tutti, abbiamo deciso di provare a convertire le varie lezioni in presenza con delle lezioni online.

Ho usato la parola convertire per raccontarvi di un percorso. Un percorso che stanno facendo tanti docenti in tutto il mondo. Una lezione online non è una lezione in presenza.

Sembra una sentenza abbastanza ovvia, ma non è così. Come ci spiega il prof.  Gianluca Salviotti del DevoLab della SDA Bocconi in questo articolo molto interessante , tutte le aziende, compreso il mondo della scuola, si sono trovate di fronte al pericolo di digitalizzare i contenuti invece che a ripensare i contenuti in base al mezzo.

Ed è ancora ovvio poter dire che la formazione a distanza non può portare gli stessi risultati di quella in presenza, ma è meno ovvio pensare che ne porterà altri.

Tutti ci siamo resi conto che per alcuni bambini fragili (per condizioni sociali, familiari, per aspetti cognitivi o fisici, per gap tecnologico) questo momento, ovviamente, ha significato un allontanamento e in alcuni casi un abbandono. E questi aspetti negativi si sono rispecchiati laddove si sia proprio tentato un approccio di conversione da “in presenza” a “digitale”. Perché formalmente è semplice colmare il gap tecnologico, ma non è semplice colmare il gap metodologico.

Nei mesi di lockdown chi ha provato a convertire uno a uno le lezioni si è scontrato proprio con il problema di non arrivare a tutti. Ma è l’errore che spesso si fa pensando di inserire la tecnologia. La tecnologia fatta bene non si sostituisce, è un supporto nuovo. Pensate al mondo del cinema, ogni tecnologia che giunge nel mondo del cinema non serve a riprodurre le scene come prima dell’avvento di quella stessa tecnologia, ma consente di rappresentare nuove scene. E cosi la didattica a distanza è una nuova didattica.

E allora come abbiamo approvato noi questa nuova didattica? In tanti modi, alcuni sperimentali altri maggiormente provati. Ci occupiamo di didattica a distanza da più di cinque anni e così abbiamo provato a capire come agire in questo periodo. E lo abbiamo fatto iniziando da alcune cose che conoscevamo già. Facendo anche degli errori. E iniziamo proprio da quelli.

La lezione in diretta non è un How To. Non insegna come si fa. Perché? Perché un “How To” si può fare in differita, più breve e veloce, ben montato e con obbiettivi ben chiari. E in alcuni casi abbiamo fatto degli How To in diretta. Ma questo ci ha consentito comunque di produrre gli How To, di capire cosa non andava e di rifarli meglio.

E questa lezione che gli How To non servono in diretta ci insegnano un’altra cosa. Non servono nemmeno in presenza.

Cosa serve sia in presenza che online? L’ispirazione. Dobbiamo ispirare i nostri studenti e su questo We are the makers è pieno di idee di ispirazione.

E l’ispirazione funziona bene anche in diretta. Perché in qualche modo li potete sentire, gli studenti. Potete far capire loro che stanno partecipando a qualcosa di importante. Non è interessante se stiate insegnando storia, fisica, filosofia, biologia informatica. Dovete far capire dove si vuole andare a finire. Dovete far capire che serve a qualcosa. E così le lezioni sui ponti (tema notevole per noi Genovesi) e quella sulle protesi sono lezioni di successo.
Dove all’inizio inspiri a fare le cose per bene e poi dai le informazioni utili allo sviluppo magari facendo riferimento alla realtà.

E poi fai riferimento all’How To, al come fare. Ma anche per fare un video sull’How To, mentre parli, non devi essere solo tecnico, devi pensare che devi coinvolgere e avvolgere, magari colorando l’esperienza con le proprie storie, aneddoti e fallimenti.  L’How To ovviamente andrà usato dai partecipanti in maniera asincrona per trovare il proprio tempo.

Dopo l’ispirazione e l’eventuale How To dobbiamo dare il modo di lavorare.

E allora servono piattaforme che ci consentano di vedere i lavori in tempo reale degli studenti.

Padlet per esempio è uno strumento (libero per tre bacheche poi a pagamento) che può essere funzionale in questo senso. Vi riporto l’esperienza mia e di Michela Bogliolo con due lezioni del progetto We are the makers.

Nella prima abbiamo parlato di protesi stampate in 3d ispirandoci al nostro partner di progetto Enable Francia. Poi di come la personalizzazione inizi dal colore. E che il colore non è una cosa banale. Ma per farlo capire non lo abbiamo spiegato. Abbiamo chiesto agli studenti di Santa Margherita Ligure, coordinati dalla loro docente Alessandra Ravetti, di scegliere un personaggio di un cartone o fumetto. La classe era mista e fra più piccoli (11-12 anni) era molto facile questa associazione, per i più grandi la prima risposta era “io non guardo cartoni e tantomeno leggo fumetti”. E così siamo ricorsi anche ai personaggi dei videogiochi e ai super eroi. Superato questo scoglio ispirazionale il compito era condividere sul padlet le mani con i colori del loro cartone e una immagine correlata del cartone.I risultati sono stati ottimi. Con il colore stavano catturando l’essenza del personaggio. Missione compiuta.

Nel passaggio successivo abbiamo chiesto di personalizzare con Tinkercad la mano, facendo un simbolo che facesse riconoscere il personaggio. Abbiamo affrontato così una parte di How to in cui la nostra Michela insegnava a fare lo scudo di Capitan America (non era stato scelto da nessuno) da inserire nella mano.

E poi si sono dati 5 giorni per farli. L’How to e i manuali di We are the Makers rimanevano a disposizione degli studenti che poi avrebbero usato il moodle della scuola per condividere i loro lavori. Quando sono arrivati i lavori ho capito che avevano colto nel segno. L’occhio di Mike di Monster and Co mi faceva capire che la sintesi era avvenuta.

Gli studenti avevano capito e avevano lavorato in maniera creativa e propositiva. Senza alcun indirizzo da parte nostra, a parte le teorie e i tecnicismi.

La seconda lezione sembra meno a impatto sociale ma è altrettanto importante. La produzione di souvenir. Ci ha consentito di parlare di Creative Commons, di Thingiverse e di Business model Canvas. Non semplice no?

In poco meno di un’ora abbiamo avuto risultati sul fronte del diritto, dell’uso consapevole del materiale su internet, di economica, di matematica, di logica di uso di un foglio di calcolo. Insomma abbiamo raggiunto tanti risultati che nella lezione in presenza inizialmente non avevamo previsto come la parte sul Business Model Canvas.

Oltre a queste lezioni ne abbiamo organizzate molte altre sperimentando tanti Learning Scenario. Come sempre la nostra contemplazione richiede tempo, per cui vi parlerò dei risultati in prossime news.  Per ora scaricatevi i manuali da qui,

E Leggete i learning scenario e poi provate a ri- progettarli per le lezioni online. Vedrete che nasceranno cose che non potevamo prevedere.

A cura di Emanuele Micheli

We are the makers e la didattica a distanza

All’interno del progetto europeo IoT in Education – We are the makers , poco prima del lockdown, avremmo dovuto iniziare le sperimentazioni delle lezioni sviluppate nel progetto con alcuni docenti e classi. Colti impreparati, come tutti, abbiamo deciso di provare a convertire le varie lezioni in presenza con delle lezioni online.

Ho usato la parola convertire per raccontarvi di un percorso. Un percorso che stanno facendo tanti docenti in tutto il mondo. Una lezione online non è una lezione in presenza.

Sembra una sentenza abbastanza ovvia, ma non è così. Come ci spiega il prof.  Gianluca Salviotti del DevoLab della SDA Bocconi in questo articolo molto interessante , tutte le aziende, compreso il mondo della scuola, si sono trovate di fronte al pericolo di digitalizzare i contenuti invece che a ripensare i contenuti in base al mezzo.

Ed è ancora ovvio poter dire che la formazione a distanza non può portare gli stessi risultati di quella in presenza, ma è meno ovvio pensare che ne porterà altri.

Tutti ci siamo resi conto che per alcuni bambini fragili (per condizioni sociali, familiari, per aspetti cognitivi o fisici, per gap tecnologico) questo momento, ovviamente, ha significato un allontanamento e in alcuni casi un abbandono. E questi aspetti negativi si sono rispecchiati laddove si sia proprio tentato un approccio di conversione da “in presenza” a “digitale”. Perché formalmente è semplice colmare il gap tecnologico, ma non è semplice colmare il gap metodologico.

Nei mesi di lockdown chi ha provato a convertire uno a uno le lezioni si è scontrato proprio con il problema di non arrivare a tutti. Ma è l’errore che spesso si fa pensando di inserire la tecnologia. La tecnologia fatta bene non si sostituisce, è un supporto nuovo. Pensate al mondo del cinema, ogni tecnologia che giunge nel mondo del cinema non serve a riprodurre le scene come prima dell’avvento di quella stessa tecnologia, ma consente di rappresentare nuove scene. E cosi la didattica a distanza è una nuova didattica.

E allora come abbiamo approvato noi questa nuova didattica? In tanti modi, alcuni sperimentali altri maggiormente provati. Ci occupiamo di didattica a distanza da più di cinque anni e così abbiamo provato a capire come agire in questo periodo. E lo abbiamo fatto iniziando da alcune cose che conoscevamo già. Facendo anche degli errori. E iniziamo proprio da quelli.

La lezione in diretta non è un How To. Non insegna come si fa. Perché? Perché un “How To” si può fare in differita, più breve e veloce, ben montato e con obbiettivi ben chiari. E in alcuni casi abbiamo fatto degli How To in diretta. Ma questo ci ha consentito comunque di produrre gli How To, di capire cosa non andava e di rifarli meglio.

E questa lezione che gli How To non servono in diretta ci insegnano un’altra cosa. Non servono nemmeno in presenza.

Cosa serve sia in presenza che online? L’ispirazione. Dobbiamo ispirare i nostri studenti e su questo We are the makers è pieno di idee di ispirazione.

E l’ispirazione funziona bene anche in diretta. Perché in qualche modo li potete sentire, gli studenti. Potete far capire loro che stanno partecipando a qualcosa di importante. Non è interessante se stiate insegnando storia, fisica, filosofia, biologia informatica. Dovete far capire dove si vuole andare a finire. Dovete far capire che serve a qualcosa. E così le lezioni sui ponti (tema notevole per noi Genovesi) e quella sulle protesi sono lezioni di successo.
Dove all’inizio inspiri a fare le cose per bene e poi dai le informazioni utili allo sviluppo magari facendo riferimento alla realtà.

E poi fai riferimento all’How To, al come fare. Ma anche per fare un video sull’How To, mentre parli, non devi essere solo tecnico, devi pensare che devi coinvolgere e avvolgere, magari colorando l’esperienza con le proprie storie, aneddoti e fallimenti.  L’How To ovviamente andrà usato dai partecipanti in maniera asincrona per trovare il proprio tempo.

Dopo l’ispirazione e l’eventuale How To dobbiamo dare il modo di lavorare.

E allora servono piattaforme che ci consentano di vedere i lavori in tempo reale degli studenti.

Padlet per esempio è uno strumento (libero per tre bacheche poi a pagamento) che può essere funzionale in questo senso. Vi riporto l’esperienza mia e di Michela Bogliolo con due lezioni del progetto We are the makers.

Nella prima abbiamo parlato di protesi stampate in 3d ispirandoci al nostro partner di progetto Enable Francia. Poi di come la personalizzazione inizi dal colore. E che il colore non è una cosa banale. Ma per farlo capire non lo abbiamo spiegato. Abbiamo chiesto agli studenti di Santa Margherita Ligure, coordinati dalla loro docente Alessandra Ravetti, di scegliere un personaggio di un cartone o fumetto. La classe era mista e fra più piccoli (11-12 anni) era molto facile questa associazione, per i più grandi la prima risposta era “io non guardo cartoni e tantomeno leggo fumetti”. E così siamo ricorsi anche ai personaggi dei videogiochi e ai super eroi. Superato questo scoglio ispirazionale il compito era condividere sul padlet le mani con i colori del loro cartone e una immagine correlata del cartone.I risultati sono stati ottimi. Con il colore stavano catturando l’essenza del personaggio. Missione compiuta.

Nel passaggio successivo abbiamo chiesto di personalizzare con Tinkercad la mano, facendo un simbolo che facesse riconoscere il personaggio. Abbiamo affrontato così una parte di How to in cui la nostra Michela insegnava a fare lo scudo di Capitan America (non era stato scelto da nessuno) da inserire nella mano.

E poi si sono dati 5 giorni per farli. L’How to e i manuali di We are the Makers rimanevano a disposizione degli studenti che poi avrebbero usato il moodle della scuola per condividere i loro lavori. Quando sono arrivati i lavori ho capito che avevano colto nel segno. L’occhio di Mike di Monster and Co mi faceva capire che la sintesi era avvenuta.

Gli studenti avevano capito e avevano lavorato in maniera creativa e propositiva. Senza alcun indirizzo da parte nostra, a parte le teorie e i tecnicismi.

La seconda lezione sembra meno a impatto sociale ma è altrettanto importante. La produzione di souvenir. Ci ha consentito di parlare di Creative Commons, di Thingiverse e di Business model Canvas. Non semplice no?

In poco meno di un’ora abbiamo avuto risultati sul fronte del diritto, dell’uso consapevole del materiale su internet, di economica, di matematica, di logica di uso di un foglio di calcolo. Insomma abbiamo raggiunto tanti risultati che nella lezione in presenza inizialmente non avevamo previsto come la parte sul Business Model Canvas.

Oltre a queste lezioni ne abbiamo organizzate molte altre sperimentando tanti Learning Scenario. Come sempre la nostra contemplazione richiede tempo, per cui vi parlerò dei risultati in prossime news.  Per ora scaricatevi i manuali da qui,

E Leggete i learning scenario e poi provate a ri- progettarli per le lezioni online. Vedrete che nasceranno cose che non potevamo prevedere.