A cura di Gianluca Pedemonte

Impatto ambientale e progresso tecnologico

Riportiamo l’articolo pubblicato sul sito del progetto Rotary per la sostenibilità di cui Scuola di Robotica è partner

 

L’umanità ha sempre interagito con l’ambiente circostante per cercare di utilizzare a proprio vantaggio le risorse di cui il pianeta dispone e migliorare le proprie condizioni di vita. Per molti secoli questo fenomeno ha avuto un impatto modesto sull’ecosistema e l’intervento degli esseri umani può essere considerato ‘trascurabile’.

La situazione è cambiata radicalmente a partire dal diciannovesimo secolo con la Rivoluzione Industriale e la trasformazione delle strutture produttive e sociali determinata dall’affermazione di nuove tecnologie. Tra gli effetti collaterali di questo processo possiamo trovare il cambiamento climatico e ambientale in atto sul nostro pianeta determinato essenzialmente dall’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’aria e dalla dispersione di plastica negli oceani e nei mari.

Proprio per questo motivo nel corso degli ultimi decenni l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica nei confronti dei rischi legati al cambiamento climatico sono aumentate esponenzialmente e finalmente ci si domanda come fare per cambiare rotta e salvare l’ambiente in cui viviamo.

Il problema legato alla concentrazione di anidride carbonica nell’aria è noto da molti decenni grazie alle ricerche di molti scienziati come il chimico Charles Keeling  che nel 1960 dimostrò che i livelli di CO2 in atmosfera stavano salendo e formulò la Curva di Keeling che misura l’andamento giornaliero della CO2 e James Hansen che nel 1988 testimoniò di fronte al Congresso americano sui pericoli legati al cambiamento climatico causato dall’uomo (1).

Molto più recente è l’attenzione rivolta al problema dell’inquinamento causato dalla plastica e dai suoi derivati.  Questo materiale, inventato verso la metà del diciannovesimo secolo, ha vissuto il suo periodo d’oro nella seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del nuovo millennio quando la produzione mondiale è aumentata in maniera esponenziale (3). E’ stato calcolato che dai 2,3 milioni di tonnellate di plastica prodotti nel 1950 si è passati ai 448 milioni di tonnellate del 2015 (5).

Tuttavia per molto tempo nessuno si è posto il problema dello smaltimento dei rifiuti plastici e si è pensato che la soluzione all’inquinamento fosse la diluizione. Questo pensiero legato allo scarso rispetto nei confronti del nostro ecosistema ha portato alla situazione disastrosa in cui si trova oggi il nostro pianeta. Buona parte della plastica dispersa in mare arriva infatti dalla terraferma e viene trasportata dagli agenti atmosferici e dai fiumi. Una volta che la plastica si trova in mare può essere trasportata dalle correnti oceaniche in ogni angolo del pianeta e alcuni scienziati hanno trovato residui plastici provenienti dall’Europa e dal continente americano sull’isola di Henderson nel Pacifico meridionale.

Per monitorare la situazione ogni anno diversi enti scientifici e filantropici realizzano studi che aiutano a capire meglio la gravità del processo dovuto alla dispersione di materiali plastici nell’ambiente e soprattutto la dimensione del fenomeno. La Fondazione Hellen McArthur, per esempio, stila ogni anno un report dedicato all’economia circolare e alle opportunità economiche e di business che la transizione verso questo modello potrebbe avere.

Nel report del 2016 è stato calcolato che meno del 5% della plastica prodotta a livello globale viene riciclata mentre il 40% finisce in discarica e la restante parte viene dispersa nell’ambiente. Nei mari del pianeta, infatti, galleggiano oltre 270 mila tonnellate di plastica, ossia 5.250 mila miliardi di particelle di plastica. L’analisi evidenzia anche che a livello globale la maggior parte della plastica destinata al packaging, ossia gli imballaggi dei prodotti che acquistiamo, viene utilizzata una sola volta. Il valore di questo materiale si aggira tra gli 80 e i 120 milioni di dollari annui, una cifra enorme soprattutto se si pensa che il 95% di questa plastica viene utilizzata una sola volta e poi dispersa o destinata ai rifiuti (4).

Questi dati sono confermati dal report 2020 della Fondazione McArthur (2) e dal Global Ocean Science Report pubblicato dalla Commissione Oceanografica dell’Unesco del 2017. Il report pubblicato nel 2020 disegna uno scenario ancora più grave per la salute dei nostri mari e prevede che se non agiremo tempestivamente entro il 2040 il volume della plastica prodotta sarà raddoppiato e triplicherà la quantità di plastica dispersa in mare raggiungendo le seicento milioni di tonnellate di materiale plastico.

Per limitare il fenomeno del cambiamento climatico esistono azioni a diversi livelli come gli accordi di Parigi, adottati nel dicembre 2015 dai rappresentanti di 196 nazioni, che stabiliscono un quadro globale per evitare pericolosi cambiamenti climatici limitando il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC e proseguendo con gli sforzi per limitarlo a 1,5ºC oppure gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Agenda 2030) individuati dall’Assemblea della Nazioni Unite. Tuttavia, per raggiungere la sostenibilità ambientale, sarà necessario potenziare il sistema di raccolta, separazione e riciclo dei rifiuti e sviluppare un sistema di educazione civica e ambientale per educare le nuove generazioni al rispetto e alla tutela dell’ecosistema.

Anche la tecnologia può svolgere un ruolo di primo piano nella tutela del pianeta e nel mondo esistono molti esempi virtuosi di strumenti tecnologici utilizzati per salvaguardare l’ambiente. Per esempio uno strumento che può diventare importante per il riciclo dei materiali plastici è la stampa 3d che offre nuove opportunità di innovazione a basso costo. Infatti grazie a questa nuova tecnologia si possono realizzare oggetti di forme diverse partendo da un modello digitale.

Per sviluppare nuove metodologie di riciclo Scuola di Robotica ha ideato e coordinato Il mare in 3d, un progetto dedicato al riciclo di materiali plastici con l’obiettivo di creare dei filamenti da impiegare con le stampanti 3d. Il progetto intende creare soluzioni innovative di recupero e riciclo di attrezzi e materiale plastico proveniente da attività di pulizia dei litorali e dei fondali marini.  Questo materiale, una volta trattato, sarà utilizzato per creare oggetti da utilizzare in varie attività che comprendono la creazione di kit didattici per le scuole e per ipovedenti, oggetti da impiegare per esplorare i fondali marini facendo snorkeling naturalistico e oggetti da utilizzare durante le iniziative di pulizia dei fondali.

Nel mondo esistono diversi progetti dedicati all’utilizzo delle tecnologie per tutelare l’ambiente in cui viviamo, negli ultimi anni la sensibilità verso questi temi è aumentata moltissimo e sono sempre di più coloro che si dedicano allo sviluppo di nuove applicazioni sostenibili. Deve essere chiaro però che non è la qualità della tecnologia sviluppata a determinarne la sostenibilità, ma il suo utilizzo. Fino a quando non sarà diffusa una cultura civica e ambientale basata sul rispetto e la sostenibilità ambientale sarà difficile attivare azioni realmente efficaci per la salvaguardia del pianeta.

Bibliografia

  1. https://www.theguardian.com/environment/climate-consensus-97-per-cent/2018/jun/25/30-years-later-deniers-are-still-lying-about-hansens-amazing-global-warming-prediction
  2. https://www.ellenmacarthurfoundation.org/assets/downloads/The_circular_economy_solution_to_plastic_pollution_July_2020.pdf
  3. http://www.treccani.it/enciclopedia/la-plastica-nemica-dell-ecosistema-marino_%28Il-Libro-dell%27Anno%29/
  4. https://www.newplasticseconomy.org/assets/doc/EllenMacArthurFoundation_TheNewPlasticsEconomy_Pages.pdf
  5. https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2020/01/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sullinquinamento-da-plastica

A cura di Gianluca Pedemonte

Impatto ambientale e progresso tecnologico

Riportiamo l’articolo pubblicato sul sito del progetto Rotary per la sostenibilità di cui Scuola di Robotica è partner

 

L’umanità ha sempre interagito con l’ambiente circostante per cercare di utilizzare a proprio vantaggio le risorse di cui il pianeta dispone e migliorare le proprie condizioni di vita. Per molti secoli questo fenomeno ha avuto un impatto modesto sull’ecosistema e l’intervento degli esseri umani può essere considerato ‘trascurabile’.

La situazione è cambiata radicalmente a partire dal diciannovesimo secolo con la Rivoluzione Industriale e la trasformazione delle strutture produttive e sociali determinata dall’affermazione di nuove tecnologie. Tra gli effetti collaterali di questo processo possiamo trovare il cambiamento climatico e ambientale in atto sul nostro pianeta determinato essenzialmente dall’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’aria e dalla dispersione di plastica negli oceani e nei mari.

Proprio per questo motivo nel corso degli ultimi decenni l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica nei confronti dei rischi legati al cambiamento climatico sono aumentate esponenzialmente e finalmente ci si domanda come fare per cambiare rotta e salvare l’ambiente in cui viviamo.

Il problema legato alla concentrazione di anidride carbonica nell’aria è noto da molti decenni grazie alle ricerche di molti scienziati come il chimico Charles Keeling  che nel 1960 dimostrò che i livelli di CO2 in atmosfera stavano salendo e formulò la Curva di Keeling che misura l’andamento giornaliero della CO2 e James Hansen che nel 1988 testimoniò di fronte al Congresso americano sui pericoli legati al cambiamento climatico causato dall’uomo (1).

Molto più recente è l’attenzione rivolta al problema dell’inquinamento causato dalla plastica e dai suoi derivati.  Questo materiale, inventato verso la metà del diciannovesimo secolo, ha vissuto il suo periodo d’oro nella seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del nuovo millennio quando la produzione mondiale è aumentata in maniera esponenziale (3). E’ stato calcolato che dai 2,3 milioni di tonnellate di plastica prodotti nel 1950 si è passati ai 448 milioni di tonnellate del 2015 (5).

Tuttavia per molto tempo nessuno si è posto il problema dello smaltimento dei rifiuti plastici e si è pensato che la soluzione all’inquinamento fosse la diluizione. Questo pensiero legato allo scarso rispetto nei confronti del nostro ecosistema ha portato alla situazione disastrosa in cui si trova oggi il nostro pianeta. Buona parte della plastica dispersa in mare arriva infatti dalla terraferma e viene trasportata dagli agenti atmosferici e dai fiumi. Una volta che la plastica si trova in mare può essere trasportata dalle correnti oceaniche in ogni angolo del pianeta e alcuni scienziati hanno trovato residui plastici provenienti dall’Europa e dal continente americano sull’isola di Henderson nel Pacifico meridionale.

Per monitorare la situazione ogni anno diversi enti scientifici e filantropici realizzano studi che aiutano a capire meglio la gravità del processo dovuto alla dispersione di materiali plastici nell’ambiente e soprattutto la dimensione del fenomeno. La Fondazione Hellen McArthur, per esempio, stila ogni anno un report dedicato all’economia circolare e alle opportunità economiche e di business che la transizione verso questo modello potrebbe avere.

Nel report del 2016 è stato calcolato che meno del 5% della plastica prodotta a livello globale viene riciclata mentre il 40% finisce in discarica e la restante parte viene dispersa nell’ambiente. Nei mari del pianeta, infatti, galleggiano oltre 270 mila tonnellate di plastica, ossia 5.250 mila miliardi di particelle di plastica. L’analisi evidenzia anche che a livello globale la maggior parte della plastica destinata al packaging, ossia gli imballaggi dei prodotti che acquistiamo, viene utilizzata una sola volta. Il valore di questo materiale si aggira tra gli 80 e i 120 milioni di dollari annui, una cifra enorme soprattutto se si pensa che il 95% di questa plastica viene utilizzata una sola volta e poi dispersa o destinata ai rifiuti (4).

Questi dati sono confermati dal report 2020 della Fondazione McArthur (2) e dal Global Ocean Science Report pubblicato dalla Commissione Oceanografica dell’Unesco del 2017. Il report pubblicato nel 2020 disegna uno scenario ancora più grave per la salute dei nostri mari e prevede che se non agiremo tempestivamente entro il 2040 il volume della plastica prodotta sarà raddoppiato e triplicherà la quantità di plastica dispersa in mare raggiungendo le seicento milioni di tonnellate di materiale plastico.

Per limitare il fenomeno del cambiamento climatico esistono azioni a diversi livelli come gli accordi di Parigi, adottati nel dicembre 2015 dai rappresentanti di 196 nazioni, che stabiliscono un quadro globale per evitare pericolosi cambiamenti climatici limitando il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC e proseguendo con gli sforzi per limitarlo a 1,5ºC oppure gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Agenda 2030) individuati dall’Assemblea della Nazioni Unite. Tuttavia, per raggiungere la sostenibilità ambientale, sarà necessario potenziare il sistema di raccolta, separazione e riciclo dei rifiuti e sviluppare un sistema di educazione civica e ambientale per educare le nuove generazioni al rispetto e alla tutela dell’ecosistema.

Anche la tecnologia può svolgere un ruolo di primo piano nella tutela del pianeta e nel mondo esistono molti esempi virtuosi di strumenti tecnologici utilizzati per salvaguardare l’ambiente. Per esempio uno strumento che può diventare importante per il riciclo dei materiali plastici è la stampa 3d che offre nuove opportunità di innovazione a basso costo. Infatti grazie a questa nuova tecnologia si possono realizzare oggetti di forme diverse partendo da un modello digitale.

Per sviluppare nuove metodologie di riciclo Scuola di Robotica ha ideato e coordinato Il mare in 3d, un progetto dedicato al riciclo di materiali plastici con l’obiettivo di creare dei filamenti da impiegare con le stampanti 3d. Il progetto intende creare soluzioni innovative di recupero e riciclo di attrezzi e materiale plastico proveniente da attività di pulizia dei litorali e dei fondali marini.  Questo materiale, una volta trattato, sarà utilizzato per creare oggetti da utilizzare in varie attività che comprendono la creazione di kit didattici per le scuole e per ipovedenti, oggetti da impiegare per esplorare i fondali marini facendo snorkeling naturalistico e oggetti da utilizzare durante le iniziative di pulizia dei fondali.

Nel mondo esistono diversi progetti dedicati all’utilizzo delle tecnologie per tutelare l’ambiente in cui viviamo, negli ultimi anni la sensibilità verso questi temi è aumentata moltissimo e sono sempre di più coloro che si dedicano allo sviluppo di nuove applicazioni sostenibili. Deve essere chiaro però che non è la qualità della tecnologia sviluppata a determinarne la sostenibilità, ma il suo utilizzo. Fino a quando non sarà diffusa una cultura civica e ambientale basata sul rispetto e la sostenibilità ambientale sarà difficile attivare azioni realmente efficaci per la salvaguardia del pianeta.

Bibliografia

  1. https://www.theguardian.com/environment/climate-consensus-97-per-cent/2018/jun/25/30-years-later-deniers-are-still-lying-about-hansens-amazing-global-warming-prediction
  2. https://www.ellenmacarthurfoundation.org/assets/downloads/The_circular_economy_solution_to_plastic_pollution_July_2020.pdf
  3. http://www.treccani.it/enciclopedia/la-plastica-nemica-dell-ecosistema-marino_%28Il-Libro-dell%27Anno%29/
  4. https://www.newplasticseconomy.org/assets/doc/EllenMacArthurFoundation_TheNewPlasticsEconomy_Pages.pdf
  5. https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2020/01/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sullinquinamento-da-plastica