A cura di Beatrice Masala

Macchine inutili nell’era dell’efficienza

Erano gli anni Trenta quando Bruno Munari iniziò a creare le sue macchine inutili. Macchine che

“non fabbricano, non eliminano manodopera, non fanno economizzare tempo e denaro, non producono niente di commerciabile[1]

macchine che negano il loro intrinseco ruolo di strumenti utili all’uomo. Nelle parole dello stesso Munari, nient’altro che:

“oggetti mobili colorati, appositamente studiati per ottenere quella determinata varietà di accostamenti, di movimenti, di forme e di colori. Oggetti da guardare come si guarda un complesso mobile di nubi dopo essere stati sette ore nell’interno di un’officina di macchine utili[2]”.

Il loro funzionare non consisteva in altro se non nell’offrire, a chi ne incontrasse una sulla propria strada, l’esperienza dell’osservare, durante un tempo che diventava prezioso e necessario e aggiungeva una dimensione all’opera stessa. La genesi di queste macchine prive di utilità, aveva però uno scopo preciso:

“Una macchina inutile che non rappresenti assolutamente nulla è il congegno ideale grazie a cui possiamo tranquillamente far rinascere la nostra fantasia, quotidianamente afflitta dalle macchine utili”[3]”, scriveva Munari.

Se ci sposiamo in avanti di quasi cento anni ci ritroviamo in un presente nel quale l’utilità delle macchine sembra minacciare meno il potere e la libertà della nostra fantasia. Un presente nel quale molte diffidenze sono state superate e dove, in qualche modo, pare che siamo riusciti a mantenere intatta la forza della nostra immaginazione.

Nel corso degli ultimi anni ci siamo abituati alla convivenza con macchine sempre più presenti e sempre più autonome. Macchine che si muovono sopra le nostre teste, nelle profondità marine, macchine che teniamo in tasca, sulla nostra scrivania, nelle nostre case, macchine silenziose che costantemente elaborano dati all’interno dei nostri luoghi privati, di lavoro, di svago e di cura. Dalle macchine che lentamente ed inesorabilmente si moltiplicano nelle nostre vite abbiamo imparato ad aspettarci e a pretendere una crescente efficienza. Ripercorrendo con la mente gli ultimi decenni di progresso tecnologico ci possiamo rendere conto di come, se un tempo i piccoli e grandi fallimenti delle macchine davanti ai nostri occhi fossero all’ordine del giorno e ci ricordassero continuamente come esse abbiano bisogno di noi per funzionare, oggi sempre più raramente nelle nostre giornate siamo testimoni di malfunzionamenti o crash delle macchine alle quali ci affidiamo.

Non ci interroghiamo più dunque sulla loro utilità, ma ci confrontiamo con la loro inarrivabile efficienza.

Tra coloro che raccolgono il testimone di Munari nel 2020, con prospettive ed ambizioni ben diverse, possiamo annoverare la giovane youtuber e inventrice Simone Giertz.  Se da una parte possiamo considerare le macchine di Munari come un insieme di meccanismi, forme e colori che, muovendosi in relazione all’ambiente e al tempo rivendicano il loro spazio nel mondo come opere d’arte, le macchine dell’inventrice  svedese, presentandosi come marchingegni che appartengono al mondo dell’elettronica, dell’artigianato e della robotica ci appaiono subito come prototipi di macchine al passo con i tempi ma anche loro, come le macchine inutili, con la loro ostentata ed esilarante inefficienza, rivendicano un ruolo altro.

Non si può dire che le macchine di Simone Giertz siano inutili, quasi tutte perseguono lo scopo di risolvere problemi inusuali che assumono tutta una nuova importanza. Se non riesco a svegliarmi al mattino potrei costruirmi una sveglia munita di un braccio rotante che mi schiaffeggi “delicatamente”. Se prepararmi la colazione è un’inutile perdita di tempo, ecco che nasce l’idea di creare un robot in grado di prepararla al posto mio. Lavarsi i denti, tagliare le verdure, versarsi una bevanda così come mangiare un piatto di zuppa: operazioni noiosissime che dei semplici robot costruiti con pochi dollari e un po’ di ingegno possono compiere al posto nostro. Ciò che ha portato più di due milioni di iscritti a questo canale è però il fatto che questi robot svolgano il loro lavoro in modo piuttosto goffo ed impreciso, più spesso con rovinosi fallimenti che nell’indifferenza della loro creatrice, che si comporta come se tutto stesse andando secondo i piani,  danno vita a delle scene esilaranti, immagini che ci ricordano qualcosa che siamo abituati a vedere, ma nelle quali la retorica della macchina efficacemente al servizio dell’essere umano crolla rovinosamente. Ad una prima osservazione ci sembrerà di star guardando un video che ha come scopo quello di farci ridere. Ma da dove nasce questa risata?

E’ liberatorio assistere al fallimento di una macchina e poterne ridere insieme alla sua creatrice, ancora di più lo è in relazione all’espressione assorta e sicura che Simone assume nel momento in cui testa le sue disastrose invenzioni robotiche. Il successo strepitoso raggiunto dal suo canale Youtube mette in luce il bisogno che ancora abbiamo, come genere umano, di ricordare che le macchine falliscono e lo fanno nonostante le immense aspettative che possiamo riporre in esse come emblemi del nostro progresso tecnologico.

Non facciamoci ingannare però, dietro ad ognuno dei progetti di cui possiamo gustare genesi e collaudo nei numerosi video presenti sul canale, ci sono sperimentazioni e competenze acquisite allo scopo di inseguire la propria idea, portandola fuori dalla propria testa per darle una forma e un funzionamento.

Perché dedicarsi a progetti di questo tipo e sfidare la supposta efficienza richiesta ad ogni robot?

Lo spiega bene Simone stessa nella sua TED Talk che non a caso porta il titolo “Perché dovresti costruire macchine inutili?”. In questo breve intervento Simone ci svela come il cuore del suo progetto intero non sia l’intrattenimento in quanto tale, quanto piuttosto il potere che un approccio come il suo può avere nella lotta contro l’ansia da prestazione e l’incubo dell’efficienza che il mondo in cui viviamo sembra pretendere non solo dalle macchine ma dagli stessi esseri umani.

“Anche se in quel momento non lo sapevo,” – racconta Simone – “costruire cose stupide era in realtà una mossa piuttosto intelligente. Perché mentre studiavo l’hardware, per la prima volta nella vita non dovevo preoccuparmi dell’ansia da prestazione. E non appena mi sono liberata da tutta la pressione e le aspettative, quella pressione ha ceduto il posto, rapidamente, all’entusiasmo, permettendomi di giocare e basta.”

Se poi cominciamo a seguire il percorso che dai brevissimi video iniziali ha portato Simone Giertz a produrre contenuti sempre più elaborati, ci rendiamo conto che piano piano le sue invenzioni diventano sempre meno goffe, sempre più spazio viene dato al processo creativo piuttosto che alla comicità del momento del collaudo, ma in tutta questa evoluzione perdura il profondo senso di gioco e di divertimento nell’atto creativo, la totale libertà con cui Simone si approccia alle sue intuizioni.

Dedicarci alla costruzione di macchine inefficienti e fallimentari sembra poi non precludere la possibilità di dedicarsi ANCHE a macchine utili, laddove viceversa approcciandoci al mondo dell’elettronica, della robotica, della stampa 3D, e della programmazione con l’idea di dover essere abbastanza efficienti da creare macchine perfettamente funzionanti rischiamo di dimenticare lungo la strada quell’ ”espressione di gioia e umiltà”[4] proprie del momento della scoperta, dell’apprendimento e della creazione.

Quando sbagliamo, che cosa impariamo?

I robot di Simone dunque, falliscono nella missione di risolvere problemi, di compiere lavori ma ci liberano di un peso che non sempre siamo consapevoli di avere sulle spalle e ci restituiscono un po’ del piacere di ridere dei nostri errori e della nostra stessa inefficienza.

Se, alla luce di tutto ciò, ripensiamo alla nota frase “sbagliando si impara” viene da chiedersi “ma si impara che cosa?”. Andiamo oltre all’idea che sbagliando si impari come si fanno le cose nel modo giusto. Di certo accade anche quello, ma se è lì che decidiamo di fermarci perdiamo l’occasione di abbracciare tutto ciò che realmente un fallimento può offrirci.

Quando falliamo davanti agli altri, così come quando qualcun altro fallisce di fronte a noi, proprio in quel momento abbiamo davanti la più grande delle occasioni: incontrare l’altro, trovarlo nello stesso terreno dove ci troviamo anche noi, là dove insieme ci stiamo mettendo alla prova. Prima di poter incontrare l’altro nel terreno del fallimento, “l’arena” polverosa di cui ci parla Brené Brown[5], è necessario però aver incontrato noi stessi, aver imparato a ridere del fatto che siamo finiti lì e riconoscere che abbiamo gli strumenti per uscirne, ma con la consapevolezza che prima o poi ci ritorneremo, per poi poterne uscire ancora.

Ci vuole coraggio, ci vuole ironia e di certo non si può portare avanti questa missione da soli. Nel portare in classe la robotica, il coding, le basi dell’elettronica, della meccanica e dei linguaggi di programmazione, questa è una delle prospettive che ci guidano, non intenti a condurre i gruppi di bambini, bambine, ragazzi, ragazze e docenti con cui lavoriamo verso direzione univoche e predefinite bensì a scoprire insieme a loro quanto può essere bello progettare, costruire, programmare, sbagliare insieme per poi riprendere, per poi ricominciare, tenendo vivo l’entusiasmo e la fiamma della nostra ispirazione.

 

 

[1] La lettura, 1937

[2] ibid

[3] ibid

[4] “Perché dovresti costruire macchine inutili?

[5] Nell’ambito della conferenza “Why the Critics aren’t the ones Who Count”, la scrittrice e ricercatrice Brené Brown cita un celebre discorso di Theodore Roosevelt: “non sono i critici che contano, non è chi punta il dito su come l’uomo forte inciampa, o sul come determinate azioni sarebbero potute essere state portate a termine in modo migliore. Il merito appartiene a chi  effettivamente si trova nell’arena, a chi ha il volto segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue; a chi, nel migliore dei casi, conosce alla fine il trionfo dell’alta impresa, a chi,nel peggiore dei casi, se fallisce, fallisce con grande audacia.”

Sitografia

Bruno-Munari-Macchina-Aritmica-1953.jpg (800×1036) (wakeupnews.eu)

munari-bruno.jpg (536×600) (wakeupnews.eu)

munari-1942-macchine-07.jpg (1200×805) (arengario.it)

bruno-munari-le-macchine-inutili-la-lettura-n-7-1937.pdf (munart.org)

https://www.youtube.com/c/simonegiertz/ 

 

 

A cura di Beatrice Masala

Macchine inutili nell’era dell’efficienza

Erano gli anni Trenta quando Bruno Munari iniziò a creare le sue macchine inutili. Macchine che

“non fabbricano, non eliminano manodopera, non fanno economizzare tempo e denaro, non producono niente di commerciabile[1]

macchine che negano il loro intrinseco ruolo di strumenti utili all’uomo. Nelle parole dello stesso Munari, nient’altro che:

“oggetti mobili colorati, appositamente studiati per ottenere quella determinata varietà di accostamenti, di movimenti, di forme e di colori. Oggetti da guardare come si guarda un complesso mobile di nubi dopo essere stati sette ore nell’interno di un’officina di macchine utili[2]”.

Il loro funzionare non consisteva in altro se non nell’offrire, a chi ne incontrasse una sulla propria strada, l’esperienza dell’osservare, durante un tempo che diventava prezioso e necessario e aggiungeva una dimensione all’opera stessa. La genesi di queste macchine prive di utilità, aveva però uno scopo preciso:

“Una macchina inutile che non rappresenti assolutamente nulla è il congegno ideale grazie a cui possiamo tranquillamente far rinascere la nostra fantasia, quotidianamente afflitta dalle macchine utili”[3]”, scriveva Munari.

Se ci sposiamo in avanti di quasi cento anni ci ritroviamo in un presente nel quale l’utilità delle macchine sembra minacciare meno il potere e la libertà della nostra fantasia. Un presente nel quale molte diffidenze sono state superate e dove, in qualche modo, pare che siamo riusciti a mantenere intatta la forza della nostra immaginazione.

Nel corso degli ultimi anni ci siamo abituati alla convivenza con macchine sempre più presenti e sempre più autonome. Macchine che si muovono sopra le nostre teste, nelle profondità marine, macchine che teniamo in tasca, sulla nostra scrivania, nelle nostre case, macchine silenziose che costantemente elaborano dati all’interno dei nostri luoghi privati, di lavoro, di svago e di cura. Dalle macchine che lentamente ed inesorabilmente si moltiplicano nelle nostre vite abbiamo imparato ad aspettarci e a pretendere una crescente efficienza. Ripercorrendo con la mente gli ultimi decenni di progresso tecnologico ci possiamo rendere conto di come, se un tempo i piccoli e grandi fallimenti delle macchine davanti ai nostri occhi fossero all’ordine del giorno e ci ricordassero continuamente come esse abbiano bisogno di noi per funzionare, oggi sempre più raramente nelle nostre giornate siamo testimoni di malfunzionamenti o crash delle macchine alle quali ci affidiamo.

Non ci interroghiamo più dunque sulla loro utilità, ma ci confrontiamo con la loro inarrivabile efficienza.

Tra coloro che raccolgono il testimone di Munari nel 2020, con prospettive ed ambizioni ben diverse, possiamo annoverare la giovane youtuber e inventrice Simone Giertz.  Se da una parte possiamo considerare le macchine di Munari come un insieme di meccanismi, forme e colori che, muovendosi in relazione all’ambiente e al tempo rivendicano il loro spazio nel mondo come opere d’arte, le macchine dell’inventrice  svedese, presentandosi come marchingegni che appartengono al mondo dell’elettronica, dell’artigianato e della robotica ci appaiono subito come prototipi di macchine al passo con i tempi ma anche loro, come le macchine inutili, con la loro ostentata ed esilarante inefficienza, rivendicano un ruolo altro.

Non si può dire che le macchine di Simone Giertz siano inutili, quasi tutte perseguono lo scopo di risolvere problemi inusuali che assumono tutta una nuova importanza. Se non riesco a svegliarmi al mattino potrei costruirmi una sveglia munita di un braccio rotante che mi schiaffeggi “delicatamente”. Se prepararmi la colazione è un’inutile perdita di tempo, ecco che nasce l’idea di creare un robot in grado di prepararla al posto mio. Lavarsi i denti, tagliare le verdure, versarsi una bevanda così come mangiare un piatto di zuppa: operazioni noiosissime che dei semplici robot costruiti con pochi dollari e un po’ di ingegno possono compiere al posto nostro. Ciò che ha portato più di due milioni di iscritti a questo canale è però il fatto che questi robot svolgano il loro lavoro in modo piuttosto goffo ed impreciso, più spesso con rovinosi fallimenti che nell’indifferenza della loro creatrice, che si comporta come se tutto stesse andando secondo i piani,  danno vita a delle scene esilaranti, immagini che ci ricordano qualcosa che siamo abituati a vedere, ma nelle quali la retorica della macchina efficacemente al servizio dell’essere umano crolla rovinosamente. Ad una prima osservazione ci sembrerà di star guardando un video che ha come scopo quello di farci ridere. Ma da dove nasce questa risata?

E’ liberatorio assistere al fallimento di una macchina e poterne ridere insieme alla sua creatrice, ancora di più lo è in relazione all’espressione assorta e sicura che Simone assume nel momento in cui testa le sue disastrose invenzioni robotiche. Il successo strepitoso raggiunto dal suo canale Youtube mette in luce il bisogno che ancora abbiamo, come genere umano, di ricordare che le macchine falliscono e lo fanno nonostante le immense aspettative che possiamo riporre in esse come emblemi del nostro progresso tecnologico.

Non facciamoci ingannare però, dietro ad ognuno dei progetti di cui possiamo gustare genesi e collaudo nei numerosi video presenti sul canale, ci sono sperimentazioni e competenze acquisite allo scopo di inseguire la propria idea, portandola fuori dalla propria testa per darle una forma e un funzionamento.

Perché dedicarsi a progetti di questo tipo e sfidare la supposta efficienza richiesta ad ogni robot?

Lo spiega bene Simone stessa nella sua TED Talk che non a caso porta il titolo “Perché dovresti costruire macchine inutili?”. In questo breve intervento Simone ci svela come il cuore del suo progetto intero non sia l’intrattenimento in quanto tale, quanto piuttosto il potere che un approccio come il suo può avere nella lotta contro l’ansia da prestazione e l’incubo dell’efficienza che il mondo in cui viviamo sembra pretendere non solo dalle macchine ma dagli stessi esseri umani.

“Anche se in quel momento non lo sapevo,” – racconta Simone – “costruire cose stupide era in realtà una mossa piuttosto intelligente. Perché mentre studiavo l’hardware, per la prima volta nella vita non dovevo preoccuparmi dell’ansia da prestazione. E non appena mi sono liberata da tutta la pressione e le aspettative, quella pressione ha ceduto il posto, rapidamente, all’entusiasmo, permettendomi di giocare e basta.”

Se poi cominciamo a seguire il percorso che dai brevissimi video iniziali ha portato Simone Giertz a produrre contenuti sempre più elaborati, ci rendiamo conto che piano piano le sue invenzioni diventano sempre meno goffe, sempre più spazio viene dato al processo creativo piuttosto che alla comicità del momento del collaudo, ma in tutta questa evoluzione perdura il profondo senso di gioco e di divertimento nell’atto creativo, la totale libertà con cui Simone si approccia alle sue intuizioni.

Dedicarci alla costruzione di macchine inefficienti e fallimentari sembra poi non precludere la possibilità di dedicarsi ANCHE a macchine utili, laddove viceversa approcciandoci al mondo dell’elettronica, della robotica, della stampa 3D, e della programmazione con l’idea di dover essere abbastanza efficienti da creare macchine perfettamente funzionanti rischiamo di dimenticare lungo la strada quell’ ”espressione di gioia e umiltà”[4] proprie del momento della scoperta, dell’apprendimento e della creazione.

Quando sbagliamo, che cosa impariamo?

I robot di Simone dunque, falliscono nella missione di risolvere problemi, di compiere lavori ma ci liberano di un peso che non sempre siamo consapevoli di avere sulle spalle e ci restituiscono un po’ del piacere di ridere dei nostri errori e della nostra stessa inefficienza.

Se, alla luce di tutto ciò, ripensiamo alla nota frase “sbagliando si impara” viene da chiedersi “ma si impara che cosa?”. Andiamo oltre all’idea che sbagliando si impari come si fanno le cose nel modo giusto. Di certo accade anche quello, ma se è lì che decidiamo di fermarci perdiamo l’occasione di abbracciare tutto ciò che realmente un fallimento può offrirci.

Quando falliamo davanti agli altri, così come quando qualcun altro fallisce di fronte a noi, proprio in quel momento abbiamo davanti la più grande delle occasioni: incontrare l’altro, trovarlo nello stesso terreno dove ci troviamo anche noi, là dove insieme ci stiamo mettendo alla prova. Prima di poter incontrare l’altro nel terreno del fallimento, “l’arena” polverosa di cui ci parla Brené Brown[5], è necessario però aver incontrato noi stessi, aver imparato a ridere del fatto che siamo finiti lì e riconoscere che abbiamo gli strumenti per uscirne, ma con la consapevolezza che prima o poi ci ritorneremo, per poi poterne uscire ancora.

Ci vuole coraggio, ci vuole ironia e di certo non si può portare avanti questa missione da soli. Nel portare in classe la robotica, il coding, le basi dell’elettronica, della meccanica e dei linguaggi di programmazione, questa è una delle prospettive che ci guidano, non intenti a condurre i gruppi di bambini, bambine, ragazzi, ragazze e docenti con cui lavoriamo verso direzione univoche e predefinite bensì a scoprire insieme a loro quanto può essere bello progettare, costruire, programmare, sbagliare insieme per poi riprendere, per poi ricominciare, tenendo vivo l’entusiasmo e la fiamma della nostra ispirazione.

 

 

[1] La lettura, 1937

[2] ibid

[3] ibid

[4] “Perché dovresti costruire macchine inutili?

[5] Nell’ambito della conferenza “Why the Critics aren’t the ones Who Count”, la scrittrice e ricercatrice Brené Brown cita un celebre discorso di Theodore Roosevelt: “non sono i critici che contano, non è chi punta il dito su come l’uomo forte inciampa, o sul come determinate azioni sarebbero potute essere state portate a termine in modo migliore. Il merito appartiene a chi  effettivamente si trova nell’arena, a chi ha il volto segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue; a chi, nel migliore dei casi, conosce alla fine il trionfo dell’alta impresa, a chi,nel peggiore dei casi, se fallisce, fallisce con grande audacia.”

Sitografia

Bruno-Munari-Macchina-Aritmica-1953.jpg (800×1036) (wakeupnews.eu)

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https://www.youtube.com/c/simonegiertz/